Sono ormai passati 18 giorni dall’infortunio al piede, 8 giorni da quando sono uscito dall’ospedale ed è giunto il momento di raccontarti qualcosa sul lavoro della sanità qui a Klaipeda.
il 14 giugno decido di andare a farmi vedere il piede al pronto soccorso, gentilmente il padre di Julija (la mia fidanzata) ci accompagna fino all’ospedale. Andiamo verso la porta del pronto soccorso e… la troviamo chiusa! C’è un bel campanello di fianco e allora suono: un trillo rumoroso e fastidioso rimbomba per i corridoi, ma nessuno viene ad aprire. Riprovo altre due volte, ma nulla… nessuno apre! Io penso: “Cominciamo bene!”. A questo punto ci avviamo verso l’entrata principale dell’ospedale e chiediamo a un’infermiera come possiamo raggiungere il pronto soccorso e gentilmete ce lo indica. Salire un piano di scale, fare un lungo corridoio, scendere nuovamente al piano terra. Ci avviamo e finalmente arriviamo al pronto soccorso, quasi deserto, ma una bella infermiera ci porta nello studio del medico. Nello studio nel giro di 10 minuti mi visitano in cinque persone, fra ortopedici, traumatologi e chirurghi. E alla fine decidono che mi operano in serata.
Ovviamente io ci resto un po’ male, ma in fondo me lo aspettavo. Compilo vari fogli e la bella infermiera mi viene a prendere con una carrozzella e mi porta diretto in una stanza in cui trovo tre persone di cui ti parlerò in un prossimo articolo. Nel giro di due ore l’anestesista mi fa alcune domande, un paio di infermiere mi portano in sala operatoria, vengo anestetizzato dal bacino in giù e, mentre mi operano un’altra bella infermiera mi si piazza davanti alla faccia e sta lì senza far nulla, mi guarda con i suoi occhioni azzurri. Immagino servisse a distrarmi, o forse a darmi un colpo in testa se avessi provato a muovermi.
La sala operatoria era vermanete strana: sul corridoio tipico da ospedale anni ‘50 si apriva una porta automatica che sembrava quella di un’astronave degli ultimi film di fantascienza, così come i macchinari chirurgici all’interno, ma… intorno c’erano contenitori che sembravano arrivare anch’essi direttamente dagli anni ‘50 e una vetrata a tutto muro dava direttamente su un corridoio dell’edificio di fianco, dando l’impressione (poi verificatasi sbagliata) che chiunque potesse stare lì a guardare le operazioni eseguite. Nel giro di 40 minuti l’operazione era finita e mi sono ritrovato nella mia stanza.
Piccola curiosità: una delle due infermiere ha la figlia che vive a Cuneo e ovviamente Karim la conosce pure!
La prima cosa che ho notato della stanza sono stati i letti, anch’essi molto all’antica, materassi che sembravano di gommapiuma e manovelle e pedali vari per cambiare le varie posizioni del materasso stesso, che ho imparato ad usare da solo dopo aver capito come raggiungerli senza alzarmi dal letto. Ogni letto aveva il proprio armadietto e uno sgabello. Alla fine le differenze fra quest’ospedale e altri ospedali italiani che ho visto sono minime e in generale non mi ha lasciato colpito positivamente. Differentemente invece dal comportamento di infermieri e medici, che erano sempre molto gentili, pronti ad aiutare anche per le minime cose e molto aperti alla comunicazione al di fuori dell’ambito professionale. Cosa che, nelle mie esperienze in Italia, difficilmente riscontravo.
Alla fine di questa esperienza all’interno di un ospedale lituano posso dire che l’abito non fa il monaco: nonostante la prima impressione dall’esterno possa essere negativa per come si presenta la struttura, all’interno tutte le persone sono estremamente professionali e soprattutto molto gentili e pazienti con tutti… i pazienti!
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