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Per concludere con la mia esperienza nell’ospedale di Klaipeda

gessoCiao, dopo essere rimasto un po’ troppo a lungo in silenzio ho pensato di scrivere alcune curiosità sull’ospedale in cui sono stato ricoverato giusto per terminare il discorso.

Iniziamo dai compagni di stanza: mi sono trovato un bel mix, cambiato nel corso del tempo. Inizialmente c’era un vecchietto, operato all’anca, rotta per una caduta, che se la dormiva 20 ore al giorno. Niente di male, se non chè quando dormiva produceva dei rumori assordanti che nulla avevano a che fare con il “russare”. Assomigliavano più al rumore che fanno i dragster durante le gare di accelerazione! Fortuna che lo hanno spedito nel centro di riabilitazione dopo tre giorni!
Poi c’era un ragazzo che avrà avuto forse 25 anni, polso rotto anche qui a causa di una caduta. Una persona a posto, con cui si parlava senza problemi, ma era un po’ nervoso, perchè dovevano farlo uscire il giorno in cui sono stato operato, ma pare che il primario fosse in ferie, per cui alla fine ha passato quattro giorni bonus all’ospedale.
Quando il vecchietto è andato via ha preso il suo posto un signore massiccio, sui quarantacinque, direttamente dal pronto soccorso, con fasciature in testa e sulla mano, con la tuta da meccanico ancora addosso. Pare che stesse facendo il cambio d’olio ad una macchina e il ponte abbia ceduto di schianto. E’ riuscito a togliersi in tempo, ma il paraurti della macchina lo ha colpito sulla testa e quasi gli ha amputato il pollice. Nonostante tutto era di ottimo umore, sempre sorridente e sembra fosse tutto a posto alla fine, visto che lo hanno spedito a casa dopo quattro giorni.
Infine di fronte a me, per tutto il tempo in cui sono stato in ospedale, c’era un ragazzo più o meno della mia stessa età, con ginocchio e caviglia sinistri rotti e due chiodi al femore destro. Volato dal quarto piano, mentre, in piedi sul davanzale, con la finestra aperta, stava pulendo i vetri. Scivolato, si è appeso al cavo del computer che lo ha fermato fino al terzo piano, ma poi ha ceduto. A detta sua è questo che lo ha salvato. Comunque era anche lui di ottimo umore e una persona con cui potevo comunicare abbastanza bene.

Infine il cibo: che dire, il cibo degli ospedali si sa che non è granchè, e anche qui non si sono smentiti. Solitamente al mattino mi portavano una sbobba di cereali con un pezzo di pane, a parte una volta che mi hanno rifilato una colazione tipica germanica, con salsiccia e crauti… alle 9 del mattino… Il pranzo arrivava normalmente intorno alle 14, molto leggero, composto da un unico piatto solitamente carne o pesce (ovviamente con tanto di lisca). Se per caso chiedevo il pollo mi portavano un osso con un pezzettino di carne appiccicato sopra. Alla sera, non più tardi delle 18.30, arrivava la cena, composta da un’immancabile brodaglia spacciata per zuppa di verdure, un po’ di carne o pesce e, se stavi simpatico alle infermiere, un dolcetto di ricotta al gusto fragola.
Fortuna che le persone che mi sono venute a trovare provvedevano alla mia sopravvivenza! Karim, per festeggiare la mia uscita dall’ospedale, il giorno prima mi ha pure portato le penne al pesto!

La sanità locale di Klaipeda vista dall’interno

ospedaleSono ormai passati 18 giorni dall’infortunio al piede, 8 giorni da quando sono uscito dall’ospedale ed è giunto il momento di raccontarti qualcosa sul lavoro della sanità qui a Klaipeda.

il 14 giugno decido di andare a farmi vedere il piede al pronto soccorso, gentilmente il padre di Julija (la mia fidanzata) ci accompagna fino all’ospedale. Andiamo verso la porta del pronto soccorso e… la troviamo chiusa! C’è un bel campanello di fianco e allora suono: un trillo rumoroso e fastidioso rimbomba per i corridoi, ma nessuno viene ad aprire. Riprovo altre due volte, ma nulla… nessuno apre! Io penso: “Cominciamo bene!”. A questo punto ci avviamo verso l’entrata principale dell’ospedale e chiediamo a un’infermiera come possiamo raggiungere il pronto soccorso e gentilmete ce lo indica. Salire un piano di scale, fare un lungo corridoio, scendere nuovamente al piano terra. Ci avviamo e finalmente arriviamo al pronto soccorso, quasi deserto, ma una bella infermiera ci porta nello studio del medico. Nello studio nel giro di 10 minuti mi visitano in cinque persone, fra ortopedici, traumatologi e chirurghi. E alla fine decidono che mi operano in serata.

Ovviamente io ci resto un po’ male, ma in fondo me lo aspettavo. Compilo vari fogli e la bella infermiera mi viene a prendere con una carrozzella e mi porta diretto in una stanza in cui trovo tre persone di cui ti parlerò in un prossimo articolo. Nel giro di due ore l’anestesista mi fa alcune domande, un paio di infermiere mi portano in sala operatoria, vengo anestetizzato dal bacino in giù e, mentre mi operano un’altra bella infermiera mi si piazza davanti alla faccia e sta lì senza far nulla, mi guarda con i suoi occhioni azzurri. Immagino servisse a distrarmi, o forse a darmi un colpo in testa se avessi provato a muovermi.

La sala operatoria era vermanete strana: sul corridoio tipico da ospedale anni ‘50 si apriva una porta automatica che sembrava quella di un’astronave degli ultimi film di fantascienza, così come i macchinari chirurgici all’interno, ma… intorno c’erano contenitori che sembravano arrivare anch’essi direttamente dagli anni ‘50 e una vetrata a tutto muro dava direttamente su un corridoio dell’edificio di fianco, dando l’impressione (poi verificatasi sbagliata) che chiunque potesse stare lì a guardare le operazioni eseguite. Nel giro di 40 minuti l’operazione era finita e mi sono ritrovato nella mia stanza.

Piccola curiosità: una delle due infermiere ha la figlia che vive a Cuneo e ovviamente Karim la conosce pure!

La prima cosa che ho notato della stanza sono stati i letti, anch’essi molto all’antica, materassi che sembravano di gommapiuma e manovelle e pedali vari per cambiare le varie posizioni del materasso stesso, che ho imparato ad usare da solo dopo aver capito come raggiungerli senza alzarmi dal letto. Ogni letto aveva il proprio armadietto e uno sgabello. Alla fine le differenze fra quest’ospedale e altri ospedali italiani che ho visto sono minime e in generale non mi ha lasciato colpito positivamente. Differentemente invece dal comportamento di infermieri e medici, che erano sempre molto gentili, pronti ad aiutare anche per le minime cose e molto aperti alla comunicazione al di fuori dell’ambito professionale. Cosa che, nelle mie esperienze in Italia, difficilmente riscontravo.

Alla fine di questa esperienza all’interno di un ospedale lituano posso dire che l’abito non fa il monaco: nonostante la prima impressione dall’esterno possa essere negativa per come si presenta la struttura, all’interno tutte le persone sono estremamente professionali e soprattutto molto gentili e pazienti con tutti… i pazienti!